RELAZIONE ASSISI 2003

PROF. PIER PAOLO VESCOVI

 

Ogni uomo tende a considerarsi un assoluto tradito dalla relatività degli altri.

A volte ci portiamo dietro dall’infanzia la ferita e la rabbia repressa perché non siamo stati capiti dai genitori, dagli insegnanti, dai fratelli, dagli amici, dal mondo; incolpare gli altri e qualche volta noi stessi non ci aiuta ad affrontare la vita.

L’unico modo di trasformare il passato è agire diversamente sul presente.

Finché non avremo accettato la nostra infanzia, la nostra vita per quello che è stata, ma continueremo a cercare cause e colpevoli non cresceremo e ci rifugeremo in interpretazioni, razionalizzazioni ecc.

Non possiamo cambiare il nostro passato, possiamo cambiare il nostro presente.

La realtà è ciò che è stato, ciò che sarebbe dovuto essere non esiste più.

La possibilità per l’individuo di godere di uno stato di benessere dipende in gran parte dal viversi come essere “intero” e “dinamico”, per questo la Riconciliazione “integrazione” in quanto ristrutturazione di una globalità percettiva, va considerata il punto di confluenza di ogni processo terapeutico/vitale.

 

La tendenza verso l’organizzazione e la sintesi degli elementi separati è una legge del funzionamento che viene enunciata sia degli studiosi della percezione e dell’apprendimento (gestaltisti, Piaget) che da coloro che si occupano delle dinamiche della vita emotiva (Berne ad esempio chiama bisogno “di struttura” uno dei bisogni emotivi fondamentali.)

Il sentire esperienze di altri in consonanza con la propria è fattore di riconciliazione/integrazione con questi “altri” oltre che con se stessi. (E’ quello che capita nel club).

E’ come avvertire un messaggio che dice “Non è sufficiente che tu sia in armonia con te stesso, sentiti in armonia anche con noi, perché anche noi viviamo i desideri e le paure che vivi tu”.

 

Quando non riusciamo a riconciliarci con qualcuno è perché siamo ancora fermi in quella situazione, bloccati a rimuginare come doveva essere lui o lei, come avrebbe dovuto comportarsi, quello che avrebbe dovuto fare, quello che avrebbe dovuto dire.

Anche dal punto di vista biologico si è osservato che il cosiddetto paziente sempre teso, triste, presenta elevati livelli di ormoni da stress, in particolare il cortisolo surrenalico, con bassi livelli di testosterone , il vincente, ottimista ... al contrario livelli alti di testosterone e bassi livelli di cortisolo ed adrenalina.

 

La riconciliazione non deve essere intesa coma assoluzione di un delitto o di un crimine. La Riconciliazione è un sacrificio, una rinuncia a ciò che ci è stato tolto.

Il processo di riconciliazione è un processo interiore in cui abbandoniamo la difesa che avevamo eretto attorno alla nostra ferita e superiamo la visione del mondo e degli altri, come nemici colpevoli della nostra disgrazia, dei nostri fallimenti o miserie.

E’ da ricordare che noi siamo i nostri peggiori nemici e il problema della Riconciliazione è tutto qui.

Ci hanno educato alla condanna non all’autoaccettazione e così siamo diventati i peggiori giudici di noi stessi.

Così non vedo proprio perché chi è stato trattato in modo estremamente ingiusto, detestabile o odioso dovrebbe sentirsi costretto a perdonare il trasgressore volontario che non si è pentito. Deve esserci una base per mostrare misericordia, una valida ragione per farlo.

Il vero pentimento comporta delle tappe obbligate che implicano un sincero mutamento di atteggiamento, rammarico di cuore del torto commesso. Deve essere accompagnato da azioni attive, sforzi positivi per risarcire chi è stato ingiustamente trattato. E’ un cammino di risalita particolarmente significativo per chi ha sbagliato, un cammino di cambiamento che risarcisce chi è stato offeso. Quindi nessuna costrizione alla riconciliazione, è un fatto interiore, personale, è un’accettazione intima. Tuttavia anche quando una ferita è molto profonda, insanabile e forse non si riuscirà a cancellarla del tutto dalla mente e neanche in parte, e non arriverà la riconciliazione ma sarà opportuno accettare di smettere di covare risentimento, rifiutando di lasciarsi consumare dall’odio.

L’odio si autoalimenta fino a diventare ossessivo e devastante per chi lo prova, fa aumentare gli stimoli da stress (cortisolo) e diminuire il testosterone.

E’ un carico troppo pesante da portare, logora i pensieri, priva della pace e permette di continuare a fare la guerra.

E’ una decisione che paga quella della riconciliazione o almeno quella di allontanare l’odio. Riconciliare è un alto beneficio della nostra volontà che non implica di minimizzare il male subito e neanche lasciare che glia altri approfittino di noi.

Riconciliare allora è accettare il cambiamento degli altri ed il proprio, riconciliare è soprattutto autoaccettazione.

Accettarsi significa comprendere che la cosa più importante non è l’errore, non è l’evento, non è l’azione esterna ma io stesso. Non sono perfetto e non sono onnipotente. Anche l’esperienza clinica conferma che l’uomo entra in difficoltà con sè stesso e con gli altri ogni volta che pretende di adeguarsi all’imperativo di essere perfetto.

Debbo accettare per esempio che non è ancora arrivato il tempo della riconciliazione, anche se debbo però ricercare il mio cambiamento che è dinamico e che mi potrà condurre alla meta.

Sognare di essere la persona che si desiderava essere significa rovinare la persona che si è. L’uomo non è mai terminato, è sempre esposto alla possibilità di sbagliare, un noto proverbio dice: se cadi sette volte puoi rialzarti otto, nella convinzione che si può sempre cambiare e migliorare, che si può sempre arrivare in questo senso alla riconciliazione.

La vita attuale peraltro è un continuo processo, un continuo rischio che si compone e si sviluppa attraverso errori, nel tentativo di dare il massimo, di vivere al massimo, in una competizione continua, in una tensione continua fra rigidità ed efficienza.

In tutto questo correre ed apparire è difficile sopportare i propri errori e tollerare i difetti degli altri.

Realizzarsi come esseri umani questo è quello che dobbiamo imparare a fare.

Così dobbiamo capire che dopo aver commesso un errore, mettersi ad analizzare a fondo ogni particolare è mettersi in una strada senza uscita.

Anche se faccio degli errori non dovrò aggiungere all’errore commesso l’ulteriore errore di ferirmi. Perché lo ripetiamo se per l’errore si paga già un prezzo, angustiarsi troppo per l’errore commesso significa voler pagare più del dovuto.

Potrò riconciliarmi invece con me stesso e la coscienza del limite che dovrò sviluppare in me, trasformerò l’imperfezione in un’esperienza di crescita e appunto la Riconciliazione che mi porterà a comprendere che ciò che conta non è la condanna, così potrò uscire dal ruolo di vittima e dandomi calore e comprensione mi concilierò con me stesso e con gli altri. Uno scrittore ebreo definì la riconciliazione come “il più alto e il più difficile di tutti gli insegnamenti morali”.

Voglio terminare a mo’ di riassunto con una storia raccontata da Harris.

Sydney Harris, un giornalista, racconta che accompagnò un giorno un amico ad un’edicola. Costui salutò molto cordialmente il giornalaio, che rispose solo con un grugnito.

L’amico, prendendo il giornale che l’altro gli aveva porto con un gesto brusco, sorrise gentilmente ed augurò al giornalaio di trascorrere un buon fine-settimana.

Poco dopo, strada facendo, il giornalista chiese all’amico:

“E’ sempre così rude con te?”

“Si, purtroppo”.

“E tu sei sempre così gentile nei suoi confronti?”

“Si”.

“Ma mi spieghi il perché della tua cortesia quando lui è così rude e scostante?”

“Perchè non voglio che sia LUI a decidere come IO devo agire”.

 

 

Su gentile concessione del Prof. Pier Paolo Vescovi

26/05/2003

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