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insistito sull'importanza di una raccolta sistematica e regolare dei
dati di ogni Club coordinata a livello nazionale e ha
considerato molto importante per lo sviluppo futuro
"l'introduzione nei programmi delle ricerche continue e
delle loro valutazioni." (Hudolin, 1993, 1994).
Per Noventa (1993) la ricerca nell'approccio
ecologico-sociale e nel lavoro dei Club non è una palestra
di conoscenza e di studio, ma un momento di attivazione dei
servitori-insegnanti e delle famiglie dei Club. Non ci sono
ricercatori e ricercati, osservatori ed osservati, ma tutti
attori in un processo di crescita comune, con una parte in
tutte le fasi della ricerca: da disegno, scelta della
metodologia, raccolta dei dati, a elaborazione e
interpretazione, restituzione e sintesi degli stessi.
La popolazione coinvolta nei Club è una
grandissima fonte di informazioni. Questo se da una parte
rende complessa un'aggregazione omogenea dei dati,
dall'altra rappresenta una risorsa enorme in termini di
conoscenza. Secondo Noventa (1993) una valenza informativa
va attribuita non solo alla numerosità del campione ma a un
sistema dinamico di dati-informazioni-relazioni inserito in
una comunità a sua volta fonte di informazioni e
conoscenze.
Un'altra caratteristica importante del campione
è la sua omogeneità rispetto alla tecnica di trattamento.
Noventa (1993) ha denunciato come la quantità
enorme di informazioni rappresentata dalle famiglie e dai
servitori dei Club, sia stata spesso usata per ricerche
finalizzate più al prestigio personale che a
un'utilizzabilità delle informazioni da parte dei
protagonisti del programma. Tuttavia ha riconosciuto
l'emergere della consapevolezza dell'importanza non tanto
del dato in sé, quanto della sua utilizzabilità in termini
di miglioramento del lavoro dei Club, e della consapevolezza
dell'impossibilità di fare ricerca oggettiva, prescindendo
cioè dalle persone e dal contesto in cui si svolge.
Nonostante ciò egli, nel 1992, ha constatato
l'enorme divario esistente tra livello operativo e livello
di ricerca e la necessità, più volte sottolineata dal
Prof. Hudolin, di realizzare un registro nazionale dei Club
che permetta l'aggregazione di informazioni semplici ma
importanti del lavoro pratico dei Club (donne/uomini, età,
sobrietà, ecc.), individuando sistemi comuni di raccolta
dei dati per una elaborazione meno complessa e più
economica e curando la partecipazione e il coinvolgimento
delle famiglie e dei servitori-insegnanti dei Club
"come parte attiva nella pianificazione, attuazione e
valutazione della ricerca" (Noventa, 1993).
L'approccio alla ricerca ecologico-sociale altro
non ribadisce se non la necessità che le persone
partecipino in prima persona a qualsiasi cosa li riguardi.
La persona con problemi alcolcorrelati e la
famiglia non devono mai essere "oggetti di
ricerca" così come non devono essere "oggetti del
trattamento". Devono piuttosto essere i soggetti del
loro cambiamento verso un migliore stile di vita e la
ricerca deve essere un elemento che li accompagna in questa
direzione aiutandoli nell'acquisizione di consapevolezza
rispetto al proprio percorso.
Tuttavia la proposta culturale implicita nella
teoria ecologico-sociale non è facilmente assimilabile né
dalle famiglie né dai servitori-insegnanti.
Per Borsellino (1998) "è necessario che la
progettazione delle attività epidemiologiche esca dai
meccanismi di delega […] [perché si possano] elaborare
dei modelli di analisi epidemiologica che, inseriti nei
cicli ecologici della comunità raggiungano degli obiettivi
pragmatici". L'autore si auspica che la comunità
diventi osservatrice di se stessa ma denuncia quanto ancora
oggi troppo spesso vengano delegati degli esperti fuori del
sistema e come per molte ACAT e per molti
servitori-insegnanti sia più facile accettare
incondizionatamente e spesso inconsapevolmente una
formazione tradizionale (Borsellino, 1998.).
In questa terza fase c'è stata un'elevata
produzione di ricerche, condotte tramite interviste o
questionari, che riguardano diversi argomenti legati
all'alcol e ai problemi alcolcorrelati: indagini sui consumi
di alcol relativi a diversi gruppi sociali, alcol e donna,
atteggiamenti sui problemi alcolcorrelati di gruppi
significativi (per es. i medici di base), ecc. Sono state
condotte molte indagini descrittive, spesso promosse dalle
ACAT o dai servizi sociosanitari, che hanno analizzato
alcuni dati oggettivi tra quelli che si possono reperire dai
registri dei Club (per es. entrate, abbandoni, sobrietà,
popolazione maschile/femminile, ecc.) o dagli archivi dei
Servizi (ricoveri, dati anagrafici delle utenze, ecc.).
Abbiamo analizzato numerose pubblicazioni di
ricerche effettuate tra il 1991 e il 1996 e, a titolo
esemplificativo, ne abbiamo evidenziate alcune che
maggiormente mostrano un'attenzione per il coinvolgimento
delle famiglie dei Club:
- L'ampia raccolta di dati promossa dall'ACAT ULSS 13 (Treviso) nel
1991, dove sono state intervistate 377 persone tramite
questionario, mostra il proposito di motivare i membri dei
Club a partecipare alla ricerca, tuttavia questi sono stati
coinvolti solo nella fase di realizzazione (somministrazione
del questionario agli altri membri) e non nella fase di
progettazione né in quella di analisi dei dati. Inoltre è
dichiarato chiaramente che il coinvolgimento era soprattutto
finalizzato ad una migliore acquisizione dei dati,
supponendo che un alcolista avrebbe risposto più volentieri
ad un altro alcolista, e ad un risparmio economico (Antonini
et al., 1993).
- Più recentemente, nel 1996, in Friuli- Venezia Giulia, un gruppo
di lavoro formato da un rappresentante per ogni ACAT della
regione ha realizzato un'indagine con l'obiettivo, tra gli
altri, di "stimolare e attivare il Club, il quale
diventerà soggetto attivo e non oggetto passivo
dell'attività di ricerca svolta da persone esterne ai
programmi" (Tuniz, Tassin, 1997).
- Anche in Sicilia si è cercato di coinvolgere il più possibile le
famiglie dei Club nella ricerca (La Rocca, Di Carlo, 1997)
ma anche qui sembra più in fase di realizzazione che di
progettazione.
- Una ricerca della Bassa Val di Cecina del 1996 mostra una certa
sensibilità al coinvolgimento delle famiglie, soprattutto
nella fase di restituzione ai Club delle informazioni
ottenute (Cercignani, 1997).
- In un'ampia indagine sulla figura del servitore-insegnante
condotta in Toscana, viene analizzato accuratamente lo
sviluppo territoriale dei Club mettendo in evidenza le linee
di sviluppo più attive e gli aspetti più fragili dei
programmi nella regione. L'autore si è impegnato in
un'azione di discussione dei risultati con le ACAT che hanno
collaborato alla ricerca, nella speranza che questi
potessero avere una ricaduta operativa anche sulle singole
realtà della regione (Variara, 1998).
Alcune ampie ricerche svolte durante questo periodo in
collaborazione con i servizi sociosanitari meritano una
menzione a parte:
- Il Progetto Pilota per l'alcoldipendenza del Veneto, nato agli
inizi degli anni '90 dalla collaborazione tra Regione
Veneto, USL e Associazione Regionale dei Club degli
Alcolisti in Trattamento del Veneto, era pensato come una
ricerca su tre fronti: ricerca territoriale (epidemiologia
dei consumi), ricerca ospedaliera (presenza e capacità
diagnostica dei problemi alcolcorrelati nei ricoveri),
ricerca sui Club (Noventa, 1993; Colusso, 1994). Mentre le
prime due ricerche sono state pubblicate dalla Regione
Veneto nel 1993 (Colusso, 1994), la ricerca sui Club, che
sarebbe dovuta terminare nel corso di quell'anno, non è
stata portata a termine.
- Il progetto VALCAT rappresenta probabilmente la
ricerca più rilevante che sia stata realizzata sul lavoro
dei Club: circa 800 alcolisti sono stati seguiti per tre
anni dal momento del loro ingresso al Club, avvenuto nel
1992, con follow up a 6, 18 e 36 mesi. La ricerca è stata
finanziata dal Ministero della Sanità sulla base di un
progetto
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